Centenario dalla morte di don Angelo Pelà

dalla Difesa del Popolo di mercoledì 15 agosto 2018 pag. 16 e 17scritta: la difesa del popolo


Storie di volti


Este Un secolo fa moriva a 45 anni don Angelo Pelà, il fondatore del patronato Redentore, il primo della diocesi e tra i primi nel Veneto, nato per comune volontà delle parrocchie di Santa Tecla e delle Grazie

Centro d’educazione integrale

di Lorenzo Brunazzo

«Per quel patronato il nome di don Angelo Pelà resterà in Este benedetto nei secoli ».

Nelle foto:  dall’alto: don Angelo Pelà, don Angelo Pelà con il fratello don Andrea tra i suoi ragazzi (1905). Il patronato Redentore com’è e com’era nel 1914.

foto don Angelo Pelà

Tante sorprese: gite, pane e mortadella

Nel 60° del Redentore, furono raccolte le voci di alcuni “ragazzi” di don Angelo Pelà. Michele Curtarello, che aveva cominciato a frequentare il patronato nel 1904, racconta: Don Angelo incontrava i ragazzi con la sua bontà e le sue trovate. Ogni giorno aveva una sorpresa: a una certa ora del pomeriggio capitava con una cesta di panini con la mortadella distribuiti con imparzialità a nobili e plebei. Un altro giorno era un cesto di frutta, a seconda della stagione, e nell’inverno una manciata di caramelle, leccornia da sovrani a quel tempo. I giochi tenevano occupati i giovanetti fino a buio. Allora ci mandava fuori con la scopa, perché qualche genitore era andato a reclamare. Ogni domenica c’era uno spettacolo diverso con burattini o marionette. Indimenticabili le gite e le passeggiate sui Colli. Qualche benefattore concedeva una carretta col cavallo, oppure i più gagliardi portavano a spalla pentole e tegami per la pastasciutta e via per Arquà o Valsanzibio, tutti a piedi con la famosa banda in testa.

   Questo scriveva nelle brevi note a suo ricordo don Giuseppe Bellini in Sacerdoti educati nel seminario di Padova distinti per virtù, scienza, posizione sociale stampato nel 1951. È passato un secolo dalla morte di don Angelo, avvenuta il 17 febbraio 1918, in piena guerra mondiale. Morte prematura, visto che il prete estense aveva appena 45 anni, ma non improvvisa perché i segni della malattia avevano avuto modo di manifestarsi da tempo. Morte inattesa per i suoi tanti ragazzi che, dopo essere stati accolti ed educati nel patronato Santissimo Redentore, erano dovuti andare a combattere lontano, perdendo i contatti con quanto avveniva nella loro terra.

   «Quando la guerra del Quindici strappò dalle loro case e dal patronato uno ad uno i primi allievi – ricordava tempo fa Michele Cuntarello, uno di loro – don Angelo li riuniva a scaglioni, ogni triste domenica, nella cappella; con essi pregava, per essi celebrava la messa e, prima che uscissero da quel luogo, poneva nelle loro mani, quasi di nascosto, una busta chiusa. Dentro c’era per ognuno una grossa moneta d’argento da cinque lire. Fino alla tradotta li accompagnava per l’ultima benedizione. Capitò anche al fronte a trovare i suoi ragazzi».

   La grande guerra, insieme alla morte del suo fondatore, segnò anche la fine, seppur temporanea, di quella che era stata la ragione di vita di don Angelo, quel patronato Redentore che egli aveva fatto nascere, primo in diocesi e tra i primi nel Veneto, allo scoccare del nuovo secolo e che era stato occupato da un ospedale militare.

   Ma torniamo a quegli anni di fine Ottocento, anzi esattamente al 1896 quando il nostro Angelo, rampollo di una benestante e altolocata famiglia estense, venne consacrato sacerdote dal cardinale Giuseppe Callegari, il vescovo di Padova che iniziò a traghettare la chiesa di matrice tridentina verso un nuovo assetto, più attivistico.

   È un periodo nero per l’economia, che la società capitalistica fa pagare soprattutto agli strati più poveri e alle famiglie contadine. Callegari risponde sottolineando il nesso tra economia ed etica, fondamento di una nuova società cristiana che si contrapponga alla logica del profitto, produttore di masse sofferenti, e alle spinte rivoluzionarie del socialismo. Le parrocchie quindi devono uscire dalle sacrestie e operare ad ampio spettro nelle trasformazioni sociali. I giovani sono uno dei terreni privilegiati di questo intervento.

   Dalla metà dell’Ottocento a Torino san Giovanni Bosco aveva creato il primo oratorio, sotto la tettoia Pinardi a Valdocco. All’accoglienza, all’educazione cristiana e alla formazione professionale dei ragazzi si dedicava la congregazione fondata nel 1873 da un altro piemontese, san Leonardo Murialdo. Proprio grazie ai Giuseppini del Murialdo tra Otto e Novecento nacquero i primi patronati del Veneto. A Este nell’Ottocento era nato per i ragazzi l’oratorio della Madonnetta che ospitava la messa alla domenica mattino, la catechesi e le funzioni religiose nel pomeriggio, seguite talvolta da recite religiose e piccole accademie adatte all’infanzia. Nel 1882 don Antonio Mondin, con il fratello don Francesco, aveva acquistato i vicini locali dell’ospedale dei Battuti, trasformandoli in sala da teatro, e un piccolo cortile. Si poté quindi utilizzare la struttura anche al di fuori della domenica, a servizio di quella maggioranza di ragazzi estensi provenienti da famiglie povere o di modesta condizione che non potevano accedere a istruzione, formazione e lavoro. Il 31 agosto 1896, la settimana dopo aver celebrato la sua prima messa, don Angelo Pelà ricevette da don Mondin le consegne per guidare questo “esuberante” oratorio mariano.

   «Don Angelo – scrive don Bruno Cogo nella storia del patronato uscita su Famiglia Estense – in pochi mesi ebbe il controllo completo dell’oratorio e riuscì a trasformarlo, con l’aiuto dei soci del circolo San Prosdocimo, in un ambiente ordinato e regolato, tanto da attirare l’attenzione e la simpatia dell’intera cittadinanza ». Alle riunioni del circolo, che raccoglieva prevalentemente le famiglie cattoliche socialmente elevate, don Angelo cominciò a esporre la questione della gioventù estense che non aveva solo bisogno di educazione religiosa, ma anche di trovare risposta a gravi problemi individuali e collettivi, a esigenze sociali urgenti, a sofferenze e ingiustizie che sollecitavano la responsabilità collettiva.

   Don Pelà aveva un concetto di sacerdote-educatore modellato su don Bosco che voleva arrivare a una fede cristiana impegnata nella vita e per la vita delle persone, inserendosi nella loro realtà sociale e culturale. La formazione cristiana andava quindi inquadrata all’interno di un concetto di “educazione integrale” di grande modernità. Nel circolo San Prosdocimo don Angelo cominciò a denunciare le ristrettezze in cui si trovava l’oratorio della Madonnetta per il gran numero di ragazzi e a far passare la sua idea di patronato: una struttura dotata di doposcuola per lo studio assistito, biblioteca popolare, giornalino, scuola professionale, spazi adeguati per l’attività fisica e il gioco, dove i ragazzi potessero frequentare “buone compagnie” organizzando feste e svolgendo attività culturali come la musica, il teatro e perfino il cinema, allora nascente. Un patronato che fosse il coordinatore di una “comunità educante” con riferimento alle famiglie e si servisse di un gruppo qualificato di animatori-educatori (chiamati “capisquadra”) per collaborare all’unico progetto educativo.

   Don Pelà fece molto di più che convincere gli estensi della bontà del suo progetto: nel 1898 offrì in uso un terreno di proprietà sua e dei fratelli che fu adattato a campo di gioco per i ragazzi della Madonnetta e l’anno dopo, fatta la divisione dei beni patrimoniali di famiglia, mise a disposizione undici campi prospicienti l’attuale viale Fiume per costruire il patronato, che nacque con il consenso comune dei parroci di Santa Tecla e delle Grazie, i quali collaborarono nella costituzione di una commissione ad hoc. Il 15 ottobre 1899 con la storica offerta di 36 lire il San Prosdocimo dette il via alla costruzione della struttura di cui don Pelà aveva già fatto redigere il progetto, dopo aver visitato l’oratorio torinese di Valdocco, il patronato degli Stimmatini di Verona, diretto da padre Luigi Fantozzi, e quello dei Giuseppini di Venezia, guidato da padre Giovanni Bertanza. Sorse così il patronato Santissimo Redentore, nome scelto a celebrazione dell’anno giubilare del 1900, inaugurato ufficialmente dal Callegari il 29 luglio. Consisteva in una chiesa, un ampio porticato e una casa rustica annessa alla proprietà dove risiedeva don Angelo, presto insieme al fratello don Andrea, e dove subito iniziarono tre corsi di doposcuola per studenti fuori Este: elementari, ginnasiali e tecniche (più tardi vi insegnò anche Guido Negri). Nel 1902 entrò in funzione una piccola biblioteca e già esistevano un giornalino ciclostilato, realizzato d’estate dai ragazzi, una banda musicale, una società sportiva ginnica, ciclistica e di “palla vibrata”, una scuola di canto corale, una filodrammatica. Il giovedì don Angelo teneva scuola di religione per bambini, studenti e operai. Nel 1903 venne aperto un ritrovo serale per giovani.

   Nel 1905 i parroci di Duomo e Grazie acquistarono da don Angelo il patronato, che rischiava d’essere messo all’asta per saldare i debiti del fratello Benedetto (nel 1911 la proprietà tornerà ai fratelli Angelo e Andrea per timore del sequestro dei beni ecclesiastici di cui si discuteva in parlamento), e il 25 luglio 1909 iniziarono i lavori per i nuovi locali, ultimati due anni dopo: fabbricato centrale a tre piani con direzione, scuola e abitazione dei sacerdoti; ala destra con porticato e aule per doposcuola, scuola di canto, biblioteca, riunioni; fabbricato di collegamento al portico con servizi. Nel 1916 i locali del patronato vennero requisiti come ospedale militare e le attività tornarono alla Madonnetta. Il nuovo arciprete, mons. Antonio Dalla Valle, fece capire al fondatore del Redentore che non sarebbe stato più riaperto. Gli ultimi tempi per don Pelà furono di grande solitudine, mentre si aggravava la malattia che lo porterà alla morte il 17 febbraio 1918.